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Marco Borlini

Il lavoro nasce durante la “Fase 2”, il periodo in cui il Paese Italiano è uscito in maniera graduale dalla precedente situazione del primo “Lockdown”. Durante quel periodo la casa è diventata per noi il nostro “pezzo di mondo", il nostro spazio vitale personale ed esclusivo accessibile solo a noi stessi, perdendo l’antica funzione di ospitalità in favore di una rivalutazione dello spazio e dei comportamenti stessi degli abitanti. Dopo lo scioglimento del Lockdown, le persone sono libere di uscire e girare all’aperto e di accedere nuovamente al mondo esterno “svuotando” le case della loro presenza, ma le “tracce” della vita vissuta in quei luoghi rimane. Infatti il primo soggetto del video è una casa qualunque immersa nel disordine, un elemento che può rivelarsi utile per tentare di capire sia la logica degli abitanti, sia il fatto che il corto è ambientato durante una situazione di «post Lockdown»; la presenza umana è assente, ma non il rumore; gli oggetti non si limitano ad essere una testimonianza «visiva» della vita vissuta sotto blocco, ma conservano anche una traccia «sonora» del loro utilizzo. Oltre ad aver costretto le persone nelle proprie case, questa fase ha bloccato anche i settori lavorativi; ad esempio ha lasciando le costruzioni edili bloccate e perciò incomplete, anch’esse quasi congelate e in attesa dei propri costruttori. Per questo il secondo soggetto del mio lavoro è una casa in restauro rimasta cristallizzata per mesi nella sua incompletezza; anche in questo caso le persone risultano assenti data l’emergenza sanitaria, e l’assenza è paradossalmente riempita dal suono degli strumenti e dei lavori rimasti bloccati per mesi. Il mio lavoro tenta di documentare i resti di questi piccoli mondi svuotati dalla presenza umana, rimasti congelati nella propria forma, ma che conservano un "eco della presenza umana".