D.A.D.

D.A.D.
Luca Andreoni e Alessandro Calabrese

Anche quest’anno, per la terza volta di seguito, il risultato di un anno di lavoro con il corso di Fotografia trova la sua naturale conclusione in un prodotto cartaceo: undici progetti che vertono su uno dei temi più discussi e controversi di questo periodo pandemico, la didattica a distanza.

I progetti sono stati realizzati in parte da piccoli gruppi, in parte da studenti singoli, dall’inizio del secondo semestre fino alla conclusione dell’anno accademico, passando per una serie di revisioni frontali e settimanali. Come sempre nel nostro corso, l’approccio alla fotografia e il suo uso sono stati i più vari, e questo fa sì che all’interno del magazine si trovino insieme lavori tradizionali e quasi fotogiornalistici oltre che documentaristici e altri che strizzano l’occhio al design e al fashion, passando per quelli che indagano questioni estremamente contemporanee come l’uso dei meme, dei filtri presenti nei social media o degli emoji, fino a progetti più infografici che con il fotografico tout court sembrano non avere nulla a che spartire — ma, come ormai sappiamo bene, mai fidarsi della fotografia.

Il nostro insegnamento continua a guardare in direzione di un più allargato mondo delle immagini, all’interno del quale uno scatto realizzato con la macchina fotografica è spesso solo il piccolo ingranaggio di un meccanismo più complesso, caratterizzato da un incedere segnato da una grande libertà e da un’assenza di pregiudizi. Allo stesso modo, abbiamo chiesto ai nostri studenti di sentirsi il più possibile liberi e svincolati da preconcetti nello sviluppare i loro progetti, con l’unico fine di riflettere e raccontare dall’interno quanto stavano vivendo; in altre parole cercando di imparare a confrontarsi col mondo pur costretti dentro casa loro, davanti ad un monitor, lontani dai compagni e dai professori in una sorta di meta-realtà che perdura da ormai più di un anno e dalla quale, per molti aspetti, forse non si tornerà più indietro.

Quello della DaD è divenuto così un meta-tema in una meta-realtà: uno stimolo, crediamo, per una generazione che è immersa nel flusso continuo dei vasi comunicanti di quelle che le generazioni più anziane continuano a vedere come due realtà diverse, quella cosiddetta virtuale e quella abituale. Per questo abbiamo creduto che produrre dei ragionamenti su questo tema potesse essere utile a tutti noi per capire quello che stiamo vivendo e quello che forse vivremo – e crediamo che pur con qualche inevitabile ingenuità i nostri studenti siano riusciti a produrre dei materiali sui quali valga la pena di soffermarsi.

Per concludere, questo è stato probabilmente l’anno accademico più difficile che ci siamo mai trovati ad affrontare, e chiedere ai ragazzi di concentrare i loro sforzi su un argomento tanto delicato e complesso come la DaD non ha certo semplificato le cose ma, in quanto docenti, ci è sembrato doveroso chiedere loro di fare un passo responsabile verso l’ovvio, per provare a evitare che facessero la fine di quei due giovani pesci in “Questa è l’acqua” di David Foster Wallace che, alla domanda posta da un pesce più anziano, “com’è l’acqua?”, risposero “che diavolo è l’acqua?”.